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Come comunicare con il cavallo – II

come comunicare con il cavallo: rinforzo negativo e principio della pressione
categoria: Doma e Addestramento

Scritto da Francesco Rizzello

Istruttore e addestratore di cavalli, con oltre trent'anni di esperienza professionale nel mondo equestre. Fondatore di AFEI e Responsabile della Formazione dell'Accademia, trasmette i principi dell'equitazione classica con passione e grande preparazione tecnica. Cavaliere di formazione trasversale, partito dalla monta western (reining e mountain trail), per approdare poi al dressage classico. Profondo conoscitore dei Grandi Maestri dell'Equitazione e di tutti gli aspetti teorici dell'equitazione, con particolare riguardo alla biomeccanica del cavallo e allo sviluppo della propriocezione del cavaliere.

Abbiamo detto che il rilascio della pressione è il momento in cui il cavallo apprende il comportamento desiderato. È chiaro. 

Ma quando dobbiamo rilasciare la pressione? E in che modo? Per il cavallo è molto difficile riuscire ad imparare qualcosa quando il rinforzo, in senso temporale, si allontana troppo dallo stimolo o meglio, quando il premio dista troppo dal comportamento desiderato.

Mi spiego. La pressione, affinché possa espletare la sua corretta funzione educatrice, deve essere seguita IMMEDIATAMENTE dal rilascio non appena si manifesta l’intenzione del cavallo di eseguire. Appena ci accorgiamo che il cavallo intende cedere dobbiamo immediatamente premiare. Conservare la pressione al manifestarsi del comportamento, o mantenerla costantemente, metterà il cavallo in confusione. Non comprenderà con esattezza cosa gli chiediamo e lavorerà in uno stato di ansia permanente. Ancora peggio, in assenza di risposta, incrementare la pressione ad un livello tale (punizione perché non esegue) da suscitare una

serie di risposte disordinate (di fuga) premiate con il rilascio della pressione per salvaguardare la nostra incolumità, insegna al cavallo a scappare dalla pressione e questo non dovrebbe mai essere il comportamento desiderato. Ricordatevi che la punizione insegna al cavallo a NON FARE e non A FARE qualcosa.

Ma quanto deve essere intensa la pressione? Questa è un’altra domanda che mi sento porre frequentemente. Personalmente cerco di semplificare dando una scala immaginaria che va da 1 a 10 come di seguito:

  • 0, rappresenterà la mancanza di pressione (nessun contatto)
  • 1 – 3, pressione di sostegno con cui il cavallo lavora in leggerezza
  • 4 – 10, pressione variabile e motivante da ridurre, nel corso delle fasi addestrative, ai livelli 1 – 3 per il raggiungimento della leggerezza

Le pressioni da zero a tre non richiedono particolari spiegazioni. Per le pressioni variabili e motivanti vorrei precisare un concetto. Dovremmo sempre iniziare con pressioni 1 – 3 anche quando insegniamo cose nuove al cavallo. La risposta del cavallo ad una pressione leggera e sconosciuta sarà praticamente inesistente. In questo momento e senza interruzione di contatto, dovremmo portare la pressione immediatamente al livello di risposta. Al livello che il nostro tatto equestre percepisce come volontà del cavallo di eseguire. In questa fase siamo ancora lontani dall’esecuzione e dobbiamo accontentarci della voglia di fare qualcosa. Con le ripetizioni raggiungeremo inevitabilmente il manifestarsi del comportamento (manovra) desiderato.

Pertanto nessuna lenta progressione dell’intensità di pressione ma immediato raggiungimento della pressione di azione seguita dall’immediato rilascio.

Il rischio di applicare pressioni che lentamente si avvicinano a quella di azione è che il tempo di attesa della risposta tra lo stimolo e l’azione a lungo andare potrebbe portare il cavallo ad essere desensibilizzato agli aiuti, con i conseguenti rischi connessi. La quantità di forza da applicare dovrà essere calibrata sulle caratteristiche del cavallo che ci indicherà chiaramente il limite oltre il quale non andare. Inizialmente potremmo anche applicare pressioni di intensità notevole per ottenere una risposta. Però ciò che conta veramente è il metodo:

Iniziare con una pressione leggera seguita, in caso di mancanza di risposta, dall’incremento immediato della pressione sino al livello di azione seguita a sua volta dalla discesa di mano o di gamba.

Non fraintendete queste frasi! L’aumento della pressione DEVE rimanere nei limiti del rispetto e mai sfociare nella violenza. Evitiamo anche di applicare improvvise pressioni che sorprendono il cavallo. La risposta sarebbe tutt’altro che tranquilla. Al contrario un contatto delicato (soave, come diceva uno dei miei istruttori), diciamo intensità 1-2, produce un effetto di rilassante sicurezza nel cavallo che soddisfa la necessità di sentirsi guidato. Il contatto leggero è sempre ben accettato dal cavallo che non mostrerà MAI segni di stress. Potrebbe verificarsi in giovani cavalli all’inizio del lavoro un po’ di fastidio che sparirà nel breve tempo. Per ovvie ragioni il contatto non deve MAI essere doloroso perché il nostro amico è in grado di fare l’abitudine anche al dolore. Questo autorizza molti addestratori ignoranti ad abusare del cavallo e della sua capacità di adattamento.

Quante volte ho assistito a sessioni di addestramento, reining, salto ostacoli e dressage soprattutto, dove il dolore era onnipresente. Il sanguinamento dei fianchi o della bocca sono la testimonianza di un addestramento basato sulla punizione corporale. Però, potrete obiettare, la punizione fa parte dei sistemi di apprendimento del cavallo. Certo, ma ricordate quando la punizione si rende necessaria deve essere immediatamente seguita dal ritorno alla leggerezza ed alla serenità. Nessun nervosismo, rabbia o risentimento. Sono stati d’animo sconosciuti ai cavalli.

Mettiamoci nei panni del cavallo. Io cavallo accetto il cavaliere brutale. Sono un cavallo dalle masse muscolari imponenti e riesco a sopportare il dolore. Il dolore, così mi è stato insegnato, è l’equitazione. Non ho provato altro. Però riesco, devo conviverci. Come faccio? Semplice ogni volta che il mio cavaliere monta sulla mia schiena, visto che è molto abile e non riesco a disarcionarlo, utilizzo tutta la mia forza per contrarre i miei muscoli ed assorbire i colpi. Certo, non riesco ad essere fluido nei movimenti, non riesco ad essere sciolto ed elastico.

Purtroppo il mio cavaliere scambia questa rigidità con la mia testardaggine, con la mia incapacità. Come faccio a dirgli che mi sto solo difendendo dal dolore? Non parlo la sua lingua! Che bello se il mio cavaliere riuscisse a vedere la paura nei miei occhi. 

Questo è quello che mi ha insegnato l’istruttore che ha segnato più di altri la mia formazione. Non credo che derivi dal fatto che per oltre un decennio è stato Bereiter della Hofreitschule di Vienna, direi piuttosto dal suo infinito tatto equestre.

L’abituazione al dolore è possibile ma è riscontrabile da chiari segnali di stress persistente. Il rischio è di avere cavalli autistici, chiusi in se stessi, cavalli rassegnati ad una condizione che non è e non deve essere la loro e che sono costretti a vivere in una stato di ansia permanente. Andrew Mc Lean, in seguito ad autorevoli ricerche scientifiche, ha definito questa situazione come “disperazione appresa”. Lo stato di ansia permanente o disperazione appresa, con cui il cavallo è costretto a convivere sfocerà inevitabilmente e in breve tempo anche in disfunzioni comportamentali.

 Infine, per chiudere il discorso sul dolore, esiste il rischio di confondere la posizione del cavallo che fugge dal dolore assumendo posizioni di iperflessione (roll-kur) con la leggerezza che ricerchiamo. È vero che il cavallo che fugge dal morso appare leggero alla mano ma è anche vero che lo fa per evitare il contatto con l’imboccatura. E senza contatto come possiamo addestrare il nostro cavallo? Senza entrare nelle nefaste conseguenze a livello psico-fisico di tale posizione mi limito a dire che l’ignoranza del cavaliere potrebbe scambiare una difesa con il buon addestramento.

Dobbiamo sforzarci di coltivare, anche con ossessione, la risposta agli aiuti leggeri per garantire una sorta di complicità fra cavallo e cavaliere. L’aiuto leggero trasmette la volontà del cavaliere in maniera chiara al cavallo solo se questo è rilassato e ben disposto alla collaborazione.

Nel corso delle mie lezioni o quando guardo montare grandi cavalieri, dedico molto tempo all’osservazione del cavallo. Questa cosa mi ha insegnato molto. Lo sguardo, le andature, il collo, la bocca, l’atteggiamento indicano chiaramente gli stati di ansia o la buona predisposizione.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare è la TEMPISTICA di reazione del cavallo che per quanto ben addestrato, avrà sempre bisogno dei suoi tempi. Questo anche per “accordare” la richiesta del cavaliere al suo equilibrio del momento. Ricordiamo che il movimento del cavallo si caratterizza per continue perdite e prese di equilibrio (Jean LicartEquitazione ragionata). Pertanto se la domanda avviene in un momento tale che l’equilibrio non consente la risposta, dovremmo dare al cavallo il tempo necessario di “organizzare” il suo fisico per offrire il comportamento atteso. Solitamente il cavallo riesce a farlo in poche falcate (non più di tre). Essendo il suo movimento un continuo alternarsi di equilibri saranno sufficienti un paio di battute per ottenere il corretto posizionamento.

Questi concetti ben si adattano anche all’importanza del corretto approccio addestrativo in funzione del benessere del cavallo. Se avremo la pazienza (grandissima ed essenziale virtù del buon addestratore) il risultato sarà ottenuto nel pieno rispetto psichico e fisico del cavallo che imparerà, perché ne avrà il tempo, a gestire il proprio corpo in funzione delle richieste del cavaliere. Attenzione però, come sopra accennato, il mancato immediato rilascio della pressione pone il cavallo in uno stato di confusione. La pressione è comunque qualcosa che infastidisce l’animale che potrà liberarsene solo assumendo il comportamento richiesto.

Se la pressione non svanisce nel momento opportuno il cavallo cercherà di assumere diversi atteggiamenti, comprese difese, per liberarsi del fastidio rischiando di apprendere atteggiamenti sbagliati. Inoltre se la pressione rimane costante, cosa tutt’altro che rara, rischiamo di desensibilizzare il cavallo alla pressione stessa perdendo la possibilità di raggiungere la leggerezza. 

Sono pochi i cavalli che riescono a sopportare una pressione continua senza manifestare reazioni da stress.

A questo punto esaminata la metodologia occorre sottolineare che il cavallo non può reagire a stimoli diversi e contemporanei. Dettiamo a questo punto un ulteriore principio inderogabile: 

Mani senza gambe e gambe senza mani

La spiegazione di questo principio richiederebbe una lunga trattazione. Per semplificare dovremmo avere l’accortezza di addestrare i cavalli con pressioni singole (o redini o gambe). Dovremmo evitare di agire contemporaneamente con diversi aiuti che creerebbero solo confusione. Attenzione però, questo non vuole significare che l’aiuto di gamba deve essere preceduto dal rilascio della mano. Al contrario, vuole significare che la gamba deve essere aiutata dalle redini che mantengono la posizione senza però intervenire.

Ogni comando che prevede una risposta deve essere insegnato separatamente. Il cavallo non ha la possibilità di fare e di recepire due cose simultaneamente. La connessione tra cervello destro e sinistro è di gran lunga inferiore a quella umana rendendo di fatto assai difficile apprendere due cose simultaneamente e correttamente.

Tuttavia esistono sostenitori del contrario. È vero che il cavallo anche con aiuti combinati fornirà prima o poi una risposta ma sarà molto al di sotto delle sue possibilità. Chiunque abbia riaddestrato un cavallo può confermarlo.

Su questo concetto Andrew Mc Lean ha scritto un articolo molto interessante nel quale affermava:

In un cavallo inesperto gli aiuti dovrebbero essere separati al punto che una risposta sia completata prima che ne venga chiesta un’altra (almeno 3 secondi). Man mano che l’addestramento del cavallo si consolida, le risposte possono essere avvicinate una all’altra, perché in questo stadio saranno controllate immediatamente con aiuti leggeri e saranno diventate abitudini automatiche.

Nei cavalli con esperienza consolidata, gli aiuti possono essere ravvicinati fino alla distanza di una singola battuta dell’andatura corrente. Prendete come esempio la spalla in dentro. Gli aiuti di redine e di gamba non dovrebbero essere simultanei ma consecutivi uno all’altro, secondo il ritmo dell’andatura. La prima parte riguarda la rotazione della spalla di un passo verso l’interno. La seconda è l’aiuto in avanti della gamba interna. Se il cavallo è addestrato a mantenere autonomamente nel tempo entrambe le risposte gira e va avanti, allora il cavallo risponde all’aiuto di ruotare e mantiene gli anteriori all’interno, poi giungono gli aiuti di gamba verso l’avanti e il cavallo mantiene la postura fino che non riceve un segnale diverso.

Dobbiamo ricordarci che il cavallo è come un computer privo di software e che qualsiasi programma installeremo lascerà delle tracce indelebili. Lascerà dei file che creeranno problemi agli altri programmi che installeremo. Così sollecitare con addestramenti errati l’istinto di fuga dalla pressione prima o poi riemergerà nel cavallo come difesa o semplicemente riaffiorerà nel momento in cui non sarò chiaro con lui e lo metterò in stato di confusione.

Quindi dovremmo sforzarci di essere molto precisi nell’applicare la pressione come dovremmo essere assolutamente precisi nel rinforzare sempre e solo il comportamento atteso per non creare confusione al cavallo.

Gustav Steimbrecht scrisse nella sua opera Das Gymmnasium des Pferde (che anche se un po’ pesante invito tutti a leggere):

Procedere da un passo al successivo in modo che l’esercizio precedente sia sempre un fondamento solido per il successivo. Le violazioni a questa regola presenteranno sempre il conto in seguito; non solo con la perdita di un tempo tre volte maggiore, ma molto frequentemente con l’insorgenza di resistenze, che per molto tempo, se non per sempre, interferiranno nel rapporto fra cavallo e cavaliere.

Sono concetti estremamente importanti ma che possono portare a conclusioni errate e fraintendimenti. Per riuscire a far capire profondamente come apprende il cavallo proverò a fare il seguente esempio.

Il cavallo è un animale gregario che vive in branco. La convivenza con i suoi simili implica necessariamente il rispetto di determinate regole comportamentali a pena dell’immediata esclusione dal gruppo. Le regole di convivenza non sono scritte ma il giovane cavallo le apprende dal cavallo anziano assorbendole attraverso pressioni posturali, foniche, ecc. Per esempio un giovane maschio esuberante, che si appresta alla convivenza, dovrà imparare a riconoscere i segnali del cavallo anziano. Esempio: il cavallo anziano abbassa le orecchie per indicare al puledro che si sta comportando male. Il puledro non conosce il significato di ciò e sicuramente prosegue nell’atteggiamento errato. Immediatamente il cavallo anziano passa all’azione con atteggiamenti ben chiari come mostrare il posteriore sino a calciare o aprire la bocca sino a mordere. Ben presto il puledro imparerà a riconoscere l’atteggiamento degli altri cavalli e vi si adeguerà senza bisogno di azioni fisiche. Imparerà a rispondere al più leggero dei segnali per evitare di entrare in conflitto con il compagno anziano e per salvaguardare il proprio benessere.

Se ci pensiamo è esattamente ciò che succede in sella. La natura ha programmato il cavallo per rispondere al più leggero dei segnali e/o pressioni, sia che derivino dal mondo esterno sia che arrivino dal cavaliere, per preservare il proprio benessere fisico e psichico. Quindi il cavallo è capace di apprendere e fornire adeguata risposta a tutti i segnali, anche i più leggeri, che anticipano un evento. Se i segnali anticipatori sono sempre della medesima intensità e sempre riferiti al medesimo evento, il cavallo dimostra rilassamento e tranquillità. Questo vuole significare che il cavallo è un essere abitudinario. Ha bisogno di tranquillità e di segnali sempre uguali che siano prevedibili e che facciano parte della routine quotidiana. Non ha bisogno di novità. Le novità creano stress e obbligano il cavallo ad un processo di desensibilizzazione o abituazione. Questo principio in addestramento è fondamentale. Il cavallo deve, o meglio vuole, imparare a rispondere nel medesimo modo ad una medesima pressione. Non gradisce stimoli sempre diversi perché procurano confusione e stress. È un essere profondamente diverso da noi. Per questo dobbiamo sforzarci di conoscerlo e dobbiamo evitare di interpretare i suoi comportamenti con la nostra mentalità.

Attenzione, però, raggiungere l’uguaglianza e la prevedibilità nelle pressioni, può comportare grande difficoltà al cavaliere. Chi ha poca esperienza equestre, prima di dedicarsi all’attività addestrativa, dovrà acquisire un solido assetto in sella.

È infatti impensabile riuscire ad usare gli stessi segnali e trasmettere la stessa pressione con estrema chiarezza quando il nostro equilibrio non è in grado di adeguarsi e favorire il movimento del cavallo.

Nelle mie lezioni dedico molta importanza a scoprire le sensazioni che devono regolare la buona equitazione (ricordiamoci che l’equitazione è fatta di sensazioni e l’istruttore che non riesce a far provare le buone sensazioni al proprio allievo umano o animale non è un buon istruttore). Spesso far comprendere al mio allievo l’importanza dell’equilibrio, creo delle immagini che si ricollegano a sensazioni che tutti noi abbiamo provato. Ad esempio per far capire l’importanza dell’assetto uso molto spesso ricordare le sensazioni provate quando si porta in spalla un bambino. Per quanto questo sia leggero ogni spostamento laterale ci obbligherà a contrarre una parte dei muscoli per compensare la momentanea perdita di equilibrio o cambiare la nostra direzione di marcia. Sicuramente non potremmo più muoverci liberamente.

Lo stesso avviene con il cavallo:

Se il nostro assetto influenza in maniera negativa l’equilibrio del cavallo o, in qualche maniera, si contrappone all’equilibrio necessario al movimento, non lo metteremo certo in condizione di eseguire una qualsiasi manovra o figura. Pertanto, prima di addestrare un cavallo, abbiamo il dovere di raggiungere un’ottima stabilità in sella. Dobbiamo esigere dal nostro istruttore che ci dia delle lezioni alla corda (come d’altronde si fa in tutte le accademie dove l’arte equestre è ben praticata) per consolidare e migliorare il nostro assetto.

Come ho accennato più sopra il cavallo deve essere inteso come un computer privo di software ed ogni informazione che inseriamo resta indelebilmente scritta nel suo inconscio e rimane latente ma pronta ad esplodere nel caso in cui si ripresentasse la situazione che l’ha creata. Così anche lo stato di contrazione permanente dei muscoli provocata da un cattivo addestramento o da una cattiva equitazione di movimenti sconclusionati, affrettati, privi della pressione corretta, sarà difficilmente modificabile anche dal buon addestratore se non con un lavoro sapiente e metodico. Sono tanti i cavalli lavorati con pressioni eccessive che si abituano a lavorare in uno stato di contrazione permanente.

Tempo fa arrivò nella mia scuderia un cavallo spagnolo che mostrava un evidente difetto di locomozione nel treno posteriore. L’ingaggio dell’arto posteriore destro era esageratamente limitato rispetto a quello sinistro. Assicurandomi dell’assenza di problemi fisici, ho dato poca importanza alla cosa attribuendo il problema alla scarsa attenzione rivolta dall’addestratore alla correzione della naturale asimmetria dei cavalli. Decisi comunque di presentarlo al mio maestro di allora per richiedere un consulto e formulare un adeguato programma di riabilitazione. Convinto anche lui della mia teoria della naturale asimmetria dovuta ad un lavoro errato, mi confortò dandomi alcuni preziosi consigli sul lavoro da eseguire. A distanza di un anno il cavallo recuperò la mobilità corretta degli arti posteriori normalizzando ingaggio e spinta. Tuttavia, non appena si manifestava un qualsiasi problema in sella, il cavallo tornava inesorabilmente a manifestare il difetto come fosse la sua risposta alla situazione di stress e confusione. 

Ecco cosa voglio dire: quanto scritto nella memoria del cavallo rimane latente ma pronto a riemergere. Ecco perché è importante valutare con molta attenzione anche il professionista a cui affidiamo la doma (ma anche l’addestramento o il riaddestramento) del nostro cavallo. Il “domatore” dovrà essere una persona esperta e che riesce a trasmettere i segnali con il giusto grado di pressione senza causare stress ed ansie e non dovrà farlo prima che il cavallo sia in grado di portare l’uomo senza grandi difficoltà. Un corretto lavoro alla corda protratto per il tempo necessario, rappresenterà un ottimo sistema di preparazione muscolare, per l’elasticità e la forza, e di confidenza con l’uomo. Affrontare e risolvere con tempistiche e metodologie adeguate l’inevitabile stress della doma!

Il cavallo deve essere letto e questa è la più grande qualità dell’addestratore, prima anche delle capacità equestri. I cavalieri ricevono continuamente dei segnali dal proprio cavallo senza riuscire a comprenderli ed interpretarli scambiandoli per difese o cattivo carattere. Ad esempio, la tensione costante del cavallo è principalmente dovuta alla confusione, all’incapacità di dare la risposta richiesta a causa dei nostri stimoli contraddittori o imprecisi. La tensione ha una conseguenza unica. La fuga! E se noi aumentiamo la pressione per correggere il comportamento stiamo solo alimentando il problema. 

Come addestratori dobbiamo esercitare la pressione in maniera assolutamente precisa (scale delle pressioni) e senza contraddizioni (mani senza gambe e gambe senza mani) e con la tempistica corretta (immediato rilascio).

Come fare? Con il tatto equestre! Dobbiamo acquisire la capacità di sentire il limite fisico e psicologico di ogni cavallo interpretando i segnali che ci manda costantemente. Dobbiamo cercare di non umanizzare il cavallo attribuendogli un’intelligenza simile alla nostra. Lui è diverso! Dobbiamo farcene una ragione.

Nella comunicazione con il nostro cavallo non dimentichiamoci del motto: sbagliando si impara. La tendenza del cavaliere, soprattutto se è abituato a montare un unico cavallo è quella di prevenire, anche inconsciamente, l’errore del cavallo. Si instaura un meccanismo particolare. Il cavaliere previene e corregge il cavallo prima della manifestazione dell’errore perché sa che il cavallo sbaglierà. È un grave errore. Il cavallo impara per tentativi e saprà dare la risposta corretta solamente provando prima o poi quelle sbagliate (tentativi ed errori).

Questi principi costituiscono la base di qualsiasi disciplina. Non ha importanza se addestriamo in classica o monta da lavoro o altro. Il cavallo è uguale e non si differenzia per le discipline a cui è destinato.