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Come comunicare con il cavallo – I

come comunicare con il cavallo: rinforzo negativo e principio della pressione
categoria: Doma e Addestramento

Scritto da Francesco Rizzello

Istruttore e addestratore di cavalli, con oltre trent'anni di esperienza professionale nel mondo equestre. Fondatore di AFEI e Responsabile della Formazione dell'Accademia, trasmette i principi dell'equitazione classica con passione e grande preparazione tecnica. Cavaliere di formazione trasversale, partito dalla monta western (reining e mountain trail), per approdare poi al dressage classico. Profondo conoscitore dei Grandi Maestri dell'Equitazione e di tutti gli aspetti teorici dell'equitazione, con particolare riguardo alla biomeccanica del cavallo e allo sviluppo della propriocezione del cavaliere.

La pressione per definizione è l’azione di premere, di esercitare una forza sulla superficie di un corpo. In ambito equestre la pressione è la forza applicata dal cavaliere al corpo del cavallo tramite gli aiuti. Per logica, se la pressione è la forza che il cavaliere applica sul corpo del cavallo, e gli aiuti rappresentano il sistema primario di comunicazione con il cavallo, l’obiettivo dell’addestramento sarà quello di insegnare all’animale ad assumere il comportamento desiderato in risposta ad una pressione. 

Appare abbastanza semplice no? Eh no! Purtroppo la semplicità, che dovrebbe essere imperativa in ogni sessione di addestramento, viene spesso travisata fino ad assumere aspetti machiavellici.

Il principio della pressione, pur concettualmente molto semplice, deve essere oggetto di attento studio e approfondimento da parte del cavaliere. Infatti, come vedremo più avanti, vengono coinvolti una serie di fattori che non possono essere sconosciuti o tralasciati, in nome di un’equitazione meccanicistica, se non a discapito dell’incolumità psico-fisica del cavallo. Solamente attraverso la corretta gestione delle intensità della pressione possiamo praticare un’equitazione fatta di leggerezza.

Per comprendere correttamente come applicare efficacemente gli aiuti dobbiamo fissare un concetto fondamentale:

Il cavallo NON apprende dall’intensità della pressione esercitata ma apprende e rinforza il comportamento che ha assunto immediatamente prima del suo rilascio.

Pertanto non è direttamente la forza esercitata sul cavallo che insegna, quanto piuttosto il suo rilascio, il cosiddetto rinforzo. Il concetto di rinforzo deriva da una corrente particolare della psicologia chiamata comportamentismo, scienza che si occupa di studiare i processi psicologici che stanno alla base degli apprendimenti attraverso l’osservazione del comportamento. Brevemente e con il solo scopo di fornire le basi per affrontare correttamente lo studio del principio della pressione, occorre riassumere i fondamenti del comportamentismo.

Alcuni studiosi avevano notato che un determinato comportamento tende a ripetersi nel tempo se le conseguenze sono positive per il soggetto, mentre tende ad estinguersi in caso contrario, cioè se le conseguenze sono negative. Ciò che porta, quindi, ad un incremento del comportamento si definisce rinforzo. Questo meccanismo viene definito come condizionamento operante il cui funzionamento è molto semplice: ogni comportamento che viene premiato tende a ripresentarsi con maggiore frequenza. 

Esso si applica con una sequenza temporale precisa:

  • Stimolo (pressione)
  • verificarsi del comportamento
  • rinforzo (premio)

Si distinguono due tipologie di rinforzo: quello positivo e quello negativo. Termini, questi, che devono essere intesi nel senso matematico (e cioè come aggiungere e togliere) e non in senso “morale” (buono e cattivo) come spesso avviene. 

Il rinforzo positivo sarà il premio che noi diamo al cavallo per aumentare la frequenza del comportamento desiderato (zuccherino, carota, riposo, ecc.).

Il rinforzo negativo sarà la pressione che noi togliamo al cavallo per aumentare la frequenza del comportamento desiderato (esempio: pressione della gamba – risposta comportamentale – rilascio).

Per completare il quadro introduttivo è necessario analizzare anche il concetto di punizione, che è un qualcosa che diminuisce la frequenza di un comportamento non desiderato.

Si distinguono due tipologie di punizione: quelle positive e quelle negative. Il significato deve sempre essere inteso come dare e togliere e non come buono e cattivo. 

La punizione positiva è qualcosa che dò al cavallo per diminuire la frequenza del comportamento indesiderato mentre la punizione negativa è qualcosa che noi togliamo al cavallo per diminuire la frequenza del comportamento. Ai fini dell’addestramento esamineremo unicamente la punizione positiva. Per chi vuole approfondire (cosa consigliata) sono stati scienziati come Pavlov e Thorndike che ne hanno formulato i principi con il loro studi.

Un ultimo chiarimento utile per inquadrare correttamente i concetti di questo articolo: il dottor Burrhus Frederick Skinner, negli anni Trenta, riconoscendo il meccanismo del condizionamento operante focalizzò gli studi sulla frequenza piuttosto che sulla qualità della risposta. Introdusse così la teoria che il comportamento viene influenzato sia da ciò che accade prima ma anche dalle conseguenze del comportamento stesso. Dimostrò che si poteva condizionare il comportamento con ciò che accadeva non appena si manifestava il comportamento desiderato. Gli studi di Skinner dimostrarono anche come le variabili temporali e quantitative con cui viene rinforzato il comportamento assumevano grande importanza nelle fasi del condizionamento. Notò che rinforzare con cadenza variabile (ogni tanto si e ogni tanto no) piuttosto che rinforzare continuamente (premio ad ogni risposta desiderata), garantiva risultati migliori così come la quantità del rinforzo (es. premiare con un po’ di riposo – nessun premio – premio con il riposo totale in box).

Lo studio del comportamento ci ha fornito i mezzi e la conoscenza per poterlo modificare a nostro piacimento. Tuttavia le tecniche di condizionamento presentano, a fini addestrativi, un limite che deve essere conosciuto. Il comportamentismo ha da sempre focalizzato gli studi sulla manifestazione del comportamento senza occuparsi di analizzare i processi psicologici che lo determinano. Cioè limita l’oggetto della psicologia allo studio del comportamento, ritenendo inutile riferirsi alla coscienza, allo spirito ed a quanto non può essere osservato in maniera oggettiva. 

Alla domanda: come accade ciò? Non è mai stata data importanza se non dagli studiosi della corrente cognitivista la cui caratteristica è proprio la ricerca dei processi e dei meccanismi sottostanti ai fenomeni manifesti.

Gli studi di Tolman e le teorie della Gestalt hanno concepito l’apprendimento in modo non associativo ma come risultato di un processo intelligente. La modificazione del comportamento avviene a seguito di esperienze ripetute nel tempo e che creano una “mappa cognitiva” che consentirà di raggiungere lo scopo, quando necessario o richiesto, nel modo più semplice e meno dispendioso. 

Il processo intelligente consente al cavallo di collegare in modo unitario, per il raggiungimento di uno scopo, una serie di elementi (esperienze) che rimangono, però, isolati sino al momento del bisogno. L’apprendimento, pertanto, potrà rimanere latente senza manifestarsi, sino al momento in cui si presenterà la necessità di uno scopo da realizzare.

Per questi motivi le tecniche di condizionamento appaiono fondamentali nell’addestramento del cavallo ma non devono prescindere dalla profonda conoscenza dei processi cognitivi che stanno alla base del risultato atteso. Non dare importanza a questi concetti e non tenerne conto quando addestriamo il nostro cavallo, rischia di introdurci nell’equitazione meccanicistica fatta di attrezzi e tecniche coercitive.

Ora che i concetti base sono stati superficialmente esaminati, spero in maniera tale da invogliare chi legge ad approfondire, torniamo al principio della pressione ma non prima di aver fornito un altro fondamentale caposaldo:

Il cavallo è privo di qualsiasi pregiudizio e tutto ciò che impara durante il suo addestramento sarà da attribuire alla diretta responsabilità del suo addestratore.

Partiamo dal presupposto, sopra esaminato, che viene rinforzato il comportamento assunto immediatamente prima del rilascio della pressione. Ma come applicare la pressione?

La pressione dovrà essere applicata con intensità variabile a seconda della zona interessata, della risposta desiderata e della sensibilità (fisica e psichica) del cavallo. Dobbiamo sforzarci di non sorprendere il cavallo con stimoli improvvisi ma di effettuare le richieste con gradualità quasi volessimo preavvertirlo delle nostre intenzioni.

La pressione applicata, in caso di assenza di risposta, dovrà essere immediatamente incrementata fino all’ottenimento del comportamento desiderato. Ottenuto lo scopo deve seguire il rilascio-rinforzo.

Sembrano concetti logici e conosciuti. Nella pratica però, raramente assistiamo ad una reale e corretta progressione dell’intensità e ancora più raramente alla cessione (discesa di intensità) degli aiuti. Spesso è lo sperone ad avere il primo contatto con il corpo del cavallo, senza alcuna gradualità e senza un reale rilascio. Al contrario è facile assistere a sessioni addestrative con gambe e speroni sempre attivi (magari per mantenere impulso…). È vero che l’utilizzo dello sperone facilita molto il lavoro del cavaliere ma rischia di abbruttire il rapporto del binomio e di allontanarci dal concetto di leggerezza. Tuttavia se lo stimolo sarà sempre impartito con l’energico aiuto dello sperone il nostro cavallo imparerà a rispondere unicamente a quello perché solo quello conosce. Consideriamo anche che, per le caratteristiche fisiologiche proprie del muscolo, predisporrà il cavallo a lavorare in una condizione di contrazione permanente che influirà negativamente sulla sua performance. La contrazione così ottenuta non ha nulla a che vedere con la tensionenecessaria alla corretta attività muscolare. La tensione deve essere intesa come la condizione muscolare prima di un movimento.

Una tensione vibrante che non immobilizza ma predispone (Nuno Oliveira)

Proviamo a comunicare con il nostro cavallo una precisa scala di intensità e in pochissimo tempo il nostro cavallo risponderà a pressioni sempre minori e agli aiuti più fini. La ricerca del risultato immediato, che gratifica unicamente il nostro ego, è la via più facile, quella che ci consente di lavorare un cavallo senza conoscenza ma che garantirà risultati sempre incompleti. Richiedere movimenti che per il grado di preparazione fisica risultano difficili al cavallo equivale a basare l’addestramento sulla punizione. Una manovra, che a noi può sembrare banale, per il cavallo non preparato può avere conseguenze fisiche e psichiche negative. La ricerca della leggerezza richiede tempi lunghi e molta conoscenza ma garantisce risultati positivi e definitivi in termini di obbedienza e di benessere, anch’esso profondamente influenzato dall’approccio addestrativo. Le costrizioni fisiche, le manovre e le figure richieste precocemente senza tener conto delle capacità fisiche del cavallo, rendono il nostro amico insofferente, poco collaborativo e, a lungo andare, rischiano di sviluppare situazioni di stress permanente.

L’addestramento non deve essere confuso con quello da circo, quello fatto per gli applausi. L’addestramento non è solo l’esecuzione di arie. L’addestramento è preparazione, è allenamento, è comunicazione, è nè più nè meno che la preparazione di un atleta e per questo deve essere fatto con profonda conoscenza. Proviamo a riflettere: porteremmo nostro figlio da un preparatore atletico o, peggio ancora, da un fisioterapista improvvisato? E se il ragazzo dopo alcune sedute di allenamento o terapia cominciasse ad avere problemi articolari, contratture e dolori, dareste la colpa alla sua scarsa predisposizione o alla sua testardaggine? E lo lascereste ancora nelle mani dell’improvvisato preparatore? Se non possediamo le conoscenze che ci permettono di poter valutare il lavoro del nostro cavallo correremo il grande rischio di far rovinare o rovinare ottimi soggetti. Purtroppo questo è quello che accade troppo spesso. Le problematiche che inevitabilmente insorgono durante il periodo di addestramento e non solo, devono essere affrontate e risolte con la conoscenza senza improvvisazioni.

Ma tornando al principio della pressione, come accennato, la corretta risposta si ottiene attraverso i rinforzi negativi (rimozione della pressione) e positivi (premi).

Il buon addestratore, quello colto e che non deve essere confuso con il semplice buon cavaliere, dovrà imparare ad utilizzare la pressione in modo tale da non recare alcun danno al cavallo e, cosa più importante, evitare che attraverso la pressione – rilascio, il cavallo impari a difendersi.

Per esempio: un giovane cavallo al quale applichiamo la gamba per la prima volta per richiedere una semplice cessione. Potrebbero verificarsi le seguenti situazioni:

  1. Il puledro si sposta di pochissimo di lato e facciamo seguire il rilascio immediato della pressione (scopo raggiunto)
  2. Il puledro rifiuta di spostarsi. Viene incrementata immediatamente la pressione fino al minimo accenno di spostamento immediatamente seguito dal rilascio (scopo raggiunto)
  3. Il puledro all’incremento di pressione, magari con progressione lenta e inefficace, risponde con una difesa (impennata, sgroppata, fuga, ecc.) il cavaliere interrompe la pressione per salvaguardare la propria incolumità e inconsciamente premia il cavallo per il comportamento manifestato (a nulla valgono le punizioni impartite in ritardo). Il cavallo ha imparato a liberarsi della pressione attraverso un comportamento non desiderato (scopo fallito).

Questo cosa significa? Che è esattamente così che vengono “insegnati”, senza volontà del cavaliere, i vizi così pericolosi e difficili da eliminare. Ricordate! Qualsiasi comportamento che precede la rimozione della pressione è appreso ed utilizzato dal cavallo per far svanire la pressione. E non conta se la pressione è svanita per volontà del cavaliere o per l’istinto di sopravvivenza dello stesso. Il lavoro dovrà essere impostato su ritmi e pressioni che devono essere ben tollerate dal cavallo sulla base della sua preparazione fisica e mentale per evitare difese che possono trasformarsi in vizi pericolosi. Il cavallo è infinitamente più forte dell’uomo. Il nostro compito sarà quello di educarlo né più né meno di come facciamo con i nostri figli.

Pertanto attenzione! Facciamo in modo che il cavallo non impari ad utilizzare il proprio comportamento per “addestrare” il proprio cavaliere. Se il cavallo impara che a un determinato comportamento il padrone risponde con qualcosa di premiante, correremo il rischio di vedere il cavaliere addestrato dal cavallo. Il cavallo che “insegna” al padrone a dargli il premio a comando…

Più sopra ho accennato alla leggerezza che deriva dal corretto utilizzo delle pressioni. Oggi di leggerezza ne sentiamo parlare sempre più spesso, assistendo alla nascita di vere e proprie scuole che fondano la formazione del binomio su questo unico concetto. Premetto che non assistiamo a niente di nuovo o di innovativo. Oggi in realtà si ricomincia a parlare di leggerezza. Questo concetto lo troviamo in tutte le opere equestri del XVIII secolo (invito tutti a studiare le più importanti qualsiasi disciplina stiate praticando).

Il principio della pressione è l’unico sistema che consente il raggiungimento della vera leggerezza.

Purtroppo oggi la leggerezza è paragonata, in maniera estremamente riduttiva, alla forza che applichiamo agli aiuti. Riteniamo un cavallo leggero quello che non si appoggia all’imboccatura o che fugge alla gamba. Definiamo leggero un cavaliere che non fa uso degli aiuti o lo fa con scarsa intensità. Sono concetti errati e riduttivi. In realtà, la leggerezza, rappresenta un insieme di condizioni del cavaliere e del cavallo. Per dare una definizione di leggerezza, condividendolo appieno, riporto quanto scritto in merito dal generale Alexis Francoise l’Hotte in Questioni Equestri:

Dalla flessibilità delle molle che il cavallo addestrato deve presentare, s’intende in vista dell’equitazione sapiente, e dalla giustezza delle azioni del cavaliere che lo monta scaturisce

ciò che si è convenuto chiamare la leggerezza, vale a dire la perfetta obbedienza del cavallo alle più leggere indicazioni della mano e dei talloni del cavaliere Poiché dunque la leggerezza caratterizza, nello stesso tempo, lo stato del cavallo perfettamente messo e la giustezza dei mezzi impiegati per condurlo, ne consegue che l’espressione «leggerezza» si applica insieme all’addestramento del cavallo e al talento del cavaliere. Essa ne è il criterio.”

La leggerezza, oltre che all’intensità degli aiuti, deve essere riferita anche e soprattutto al cavallo in perfetto equilibrio, quale risultato di un ottimo addestramento, che può, senza appesantirsi, eseguire tutte le manovre. Difficile!

Proviamo allora a mettere in pratica quanto detto senza dimenticare che stiamo lavorando con un essere vivente dotato di umore, sensibilità fisica e mentale, che non sempre è in grado, pur volendolo, di accontentare le richieste del cavaliere. Ogni cavallo è DIVERSO ed il cavaliere DEVE adeguarsi, studiandone il carattere e il fisico per impostare un lavoro mirato. Siamo noi che dobbiamo prenderci le responsabilità di ciò che facciamo e ad ogni fallimento rimetterci intelligentemente in gioco. Ci sono cavalli che reagiscono alla minima pressione, altri che ne richiedono una maggiore. Ci sono cavalli che hanno la pelle molto fine e altri molto spessa. Ci sono cavalli che alla pressione si agitano e che cercano di muoversi disordinatamente in tutte le direzioni e altri che si bloccano completamente.

L’errore frequente è quello di utilizzare la stessa pressione con tutti i cavalli senza distinzione o di utilizzare pressioni molto forti con cavalli ritenuti indolenti. Se cadiamo in questo errore i nostri successi saranno riservati ai soli cavalli costruiti in maniera tale da accordarsi con la nostra, limitata, capacità di cavalcare.